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Il becchino della città dei ricchi morti

Il becchino della città dei ricchi morti


Ottavio percorre quella strada silenziosa e deserta da alcuni minuti. Tutto è grigio in quel che resta di una normale città italiana. Il vento è l’unico spazzino rimasto e lui, Ottavio, è uno dei rari beccamorti della città.

Il suo lavoro potremmo definirlo ‘il becchino della città dei ricchi morti‘. Non che lui sia proprio così giovane. Ha 65 anni ed è certo che quando toccherà a lui nessuno passerà a raccoglierlo.

Non vive in una città chiusa per via di una malattia contagiosa e inguaribile. Non è una antica città italiana abbandonata, è una città come le altre, è l’Italia. Tutta l’Italia, quella del suo tempo.

Per quella strada Ottavio ricorda ancora l’ultima generazione di bambine che giocavano a nascondino, i ragazzi che imitavano i grandi campioni del calcio ed esultavano gridando i loro nomi dopo ogni gol. Questa la vita di quella strada fino a 50 anni fa, lui ne aveva appena 15. Non saprebbe spiegare perché non ha fatto come tutti gli altri giovani italiani della sua epoca. Se qualcuno gli domandasse: ‘Tu perché non hai abbandonato l’Italia come hanno fatto i tuoi coetanei 50 anni fa?‘ Non saprebbe dare una risposta.

Il suo compito, ora, raccogliere gli ultimi italiani rimasti. I ricchi di una volta, quelli che l’Italia l’hanno consumata, quelli che i figli non li hanno fatti perché troppo occupati ad accumulare denaro e impegnati a raggiungere le cime delle ambizioni personali; con la conseguenza che non hanno saputo più pensare alle nuove generazioni di italiane e italiani che comunque nascevano. Non dalle loro pance, da quelle di altri. Ma loro non avevano figli a cui dover garantire un futuro e allora hanno accumulato tutto per sé stessi. Hanno divorato tutto il divorabile, hanno raspato fino all’ultimo centesimo di Euro.

Ed i giovani italiani, quelli che ancora qualcuno è riuscito a far nascere, sono andati via. L’alternativa per questi era morire insieme alle loro aspirazioni. Loro i figli li volevano, loro una famiglia volevano crearla, ma come se pochi ricchi e corrotti avevano succhiato fino all’ultima goccia di linfa vitale disponibile nel Paese?

Ed ora fanno la ricchezza di altre nazioni. Ora i loro figli hanno cognome italiano e la cittadinanza tedesca, francese, inglese, statunitense, spagnola, svizzera, olandese, svedese, norvegese, finlandese, danese, maltese. Alcuni hanno deciso di vivere in Africa. Sì, in Africa.

Gli italiani emigrati in Africa

Questo movimento demografico è stato curioso e vale la pena raccontarlo.
Molti giovani italiani grazie alle nuove tecnologie e ad internet hanno saputo inventarsi un lavoro con la sola forza delle loro idee, sostenuti da alcun prestito economico di Stato. Non un supporto, anche indiretto, da parte della collettività italiana. Per molti di loro le cose sono andate bene. Il lavoro nato dal web gli dava di che vivere. Hanno provato a regolarizzare la posizione fiscale recandosi da un commercialista. Quando questi gli hanno prospettato l’onere fiscale loro imponibile, si sono messi le mani nei capelli. Tra imposte dirette e indirette, forse gli sarebbero rimaste alcune centinaia di Euro in tasca, alcuni avrebbero dovuto chiedere ai genitori di pagargli le tasse che con il loro lavoro non sarebbero riusciti a coprire… Assurdo.

Un moto di rabbia contro una società completamente dimentica del loro futuro gli ha fatto maturare una scelta dolorosa. Per quanti ancora restavano una scelta estrema, per altri assurda, contro corrente.

Hanno detto no. Noi qui non ci restiamo. Hanno fatto le valigie, salutato la famiglia, l’Italia e l’Europa; hanno sorvolato il Sacrario Mar Mediterraneo e sono approdati in nord Africa per vivere in Tunisia, Marocco e altri Paesi africani dove le tasse non erano asfissianti e la vita economicamente possibile.

Curioso vero? Mentre gli africani arrivavano a fiumi sui gommoni e barconi, disperati, approdando lungo le coste dell’Italia o salvati in mezzo al mare, gli italiani decidevano di trasferirsi in Africa perché lì vivere con 1.000 Euro al mese equivaleva ad essere ricchi. Ricchi come quelli che in Italia gli avevano rubato il futuro. E grazie al lavoro autonomo creato nel web, mentre tutto in Italia era impossibile da realizzare qui diventava possibile.

Gli italiani i nuovi abitanti dell’Africa, spopolata dagli africani trasferitisi in nord Europa.

Il becchino della città dei ricchi morti

Ottavio calpesta il terriccio che ricopre l’asfalto gonfio. Cammina al centro della strada spoglia, sul lato destro poche macchine abbandonate e arrugginite dalla pioggia e dalla neve; sono le auto di quelli morti. Tutte auto di lusso, almeno una volta. Sono BMW, Mercedes, Jaguar… Non è in una stradina di periferia è al centro, nel cuore della città.

Quelli che ne hanno la forza, gli anziani ricchi che hanno succhiato il sangue all’Italia, alcuni giorni prima di morire, accendono una grossa candela di quelle che una volta si usavano nelle chiese. Servono a indicare che lì c’è qualcuno che sta per morire. Sperano che il becchino della città dei ricchi morti passi a prenderli prima che la candela si consumi.

Ottavio era figlio di operai, il terzo di quattro fratelli, l’unico ad essere rimasto. Non lo sa spiegare perché è rimasto, però c’è una cosa che gli piace di questo lavoro. Una sadica soddisfazione, un vendicativo compiacimento. L’opportunità di poter raccattare i loro cadaveri. La soddisfazione di prendere i loro corpi senza vita e di poterli chiudere in una bara scrivendoci sopra solo un codice identificativo e poi scaraventarli in una fossa comune. Niente nome e cognome che possa ricordarli. Totale annientamento dell’identità di quegli italiani che hanno succhiato fino all’ultima goccia di sangue disponibile, per pensare solo a sé stessi.

L’emigrazione di massa

A un certo punto della storia del nostro Paese hanno potuto campare solo loro, i più ricchi. Niente più fabbriche perché trasferite all’estero dai ricchi sempre più avidi di denaro. Tutte le maggiori aziende italiane lasciate fallire volutamente da dirigenti succhia sangue, che avevano già in tasca accordi milionari con la concorrenza straniera. Gli italiani comuni hanno dovuto lasciare il Paese in massa. Neanche durante le guerre mondiali si erano registrate immagini simili.

Ottavio si prende la soddisfazione, a nome di tutti quegli italiani cacciati a pedate dalla terra in cui sono nati, di sputare in faccia al cadavere di corrotti e corruttori che hanno fatto franare sotto i piedi i loro sogni.

Li trascina via senza un briciolo di pietà. E come potrebbe averne? Come può avere pietà dei cadaveri di gente che ha infranto i sogni e le aspirazioni della sua generazione e di molte altre che sarebbero potute crescere in Italia?
Sì, forse è per questo che lui è rimasto. Il suo compito, raccogliere i cadaveri di quelli che si sono arricchiti sulla pelle di milioni di italiani, per gettarli in una fossa comune e ricoprirli di terra arida senza funerale, senza fiori, senza nome e cognome.

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Un racconto di folle fantasia… voglio sperare.

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